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PER NOI...

DA CASTELLACCIO 2011:

FESTA IN VALMALZA – 4 luglio 2010

Federica Biava

Le occasioni per passare del tempo in compagnia, con il CAI non mancano mai.

Anche quest’anno è arrivata puntuale la seconda edizione della festa di Valmalza, organizzata presso l’omonimo rifugio, in Valle delle Messi. Dato che l’anno scorso me l’ero persa, questa volta non volevo mancare. Ma i veri amanti della montagna insegnano che una sana bivaccata si debba prima meritare con il sudore della fronte. Quindi ho deciso di dedicare la mattina ad una passeggiata che mi permettesse di arrivare al rifugio di Daniela in tempo per l’inizio dei festeggiamenti. E con le previsioni che promettevano sole alto nel cielo, non ho fatto fatica a trovare compagnia, o meglio, qualcuno che avesse voglia di portarmi in giro. Perché io ho una gran volontà… ma di sentieri ne conosco ben pochi. Quindi quando voglio andare a camminare (senza rischiare di perdermi!), mi tocca sempre cercare un baby-sitter che abbia voglia di venire con me. Quella volta mi è andata di lusso, ne avevo ben quattro!

Walter, Gabriella e Franco, instancabili sia di passeggiate che di bevute e cantate, mi hanno proposto di raggiungere Valmalza passando dal Bivacco Linge.  L’idea è piaciuta anche ad Ame, che aveva in programma di portare il sale alle sue pecore, al pascolo intorno ai laghetti di Monticelli.  Così, in una volta sola, ho scoperto un sentiero che non conoscevo, siamo arrivati fino ai laghetti, dove non ero mai stata, e soprattutto ho visto le pecore di Ame, che sono bellissime!

Siamo arrivati a Sant’Apollonia e abbiamo lasciato le auto in località Pradazzo, dopo il secondo ponticello sul Frigidolfo. Da lì parte il 64A, un sentiero in mezzo al bosco piuttosto ripido, ma molto piacevole da percorrere, grazie all’ombra della vegetazione, che quel giorno ci ha salvato dal caldo torrido. Una volta superato il tratto di bosco, siamo arrivati su un prato scosceso a cielo aperto. E lì la nostra fatica è stata premiata con una sorpresa: ci siamo trovati di fronte un cerbiatto intento a brucare la sua erba. Purtroppo lui non era altrettanto contento di vederci, infatti dopo dieci secondi era già sparito oltre la cima della montagna. Ma l’entusiasmo per l’incontro inatteso ci ha aiutato a recuperare le forze.

Dopo pochi minuti siamo arrivati alla malga Monticelli e lì la compagnia si è divisa. Walter, Gabri e Franco hanno imboccato il sentiero più diretto verso il Bivacco Linge. Mentre io ho seguito Ame, che ha preso la deviazione più lunga per arrivare ai laghetti di Monticelli. Per fortuna eravamo già ad un’altezza tale da sopportare senza troppa fatica l’insolito caldo umido di quella domenica.  E quando abbiamo cominciato a sentire da lontano lo scampanio delle pecore, ho capito che il tratto più faticoso della camminata stava per finire. Inutile dire che l’interesse delle pecore nel vederci era più che altro dovuto ai quattro chili di sale grosso caricati sulle spalle di Ame... sale che, una volta versato sui sassi, è stato divorato alla velocità della luce. Neanche fossero state cavallette! Prima di salutare le pecore, ci siamo concessi una “pucciata” di piedi nella famigerata acqua gelida dei laghetti, che per me in quel momento è stata una manna dal cielo. Questi tre specchi d’acqua sono tanto piccoli quanto incantevoli, il paesaggio che li circonda è talmente strano da sembrare quasi lunare e trasmette un incredibile senso di quiete. Purtroppo non avevamo molto tempo da perdere, gli altri festeggianti ci aspettavano per l’ora di pranzo. Quindi, seguendo le indicazioni per il sentiero 64, proveniente dalle baite di Somalbosco, ci siamo rimessi in cammino verso il Bivacco Linge. A parte qualche primo tratto in salita, il sentiero prosegue per lo più in costa, tagliando a metà altezza il versante della montagna. La strada era ancora lunga, ma il sentiero è stato tracciato bene, quindi con un po’ di buona lena e cercando di rincorrere Ame che ha il passo leggermente più veloce del mio, abbiamo raggiunto il Linge e, da lì, il rifugio Valmalza, per l’ora prestabilita. 

Quando siamo scesi di altitudine, l’escursione termica ci ha accolto come uno schiaffo in faccia.

Ma la calura non ha compromesso le sorti della giornata. I nostri compagni di prima avventura si erano già accomodati ai tavoli del rifugio, su questa piazzola all’aperto da cui si ammira un panorama spettacolare ed estremamente rilassante, soprattutto se si è appena arrivati stanchi morti da una camminata di cinque ore.

Nonostante un bicchiere di rosso fermo non fosse il dissetante ideale, non abbiamo potuto fare a meno di unirci alla compagnia che era già in nostra trepida attesa con le gambe sotto il tavolo. La cucina di Daniela era pronta a sfornare piatti per i circa  cinquanta presenti. L’ultima fatica rimasta era quella di godersi il resto della giornata insieme a tutti gli altri, uno sforzo che a quel punto mi è costato davvero poco.

Non mi dilungo sul pranzo che ci hanno servito e che ci ha rigenerato fino a farci diventare come nuovi. I sapori di questa cucina vanno scoperti al di là di qualsiasi opinione personale. A chi ancora non la conosce, non resta che provarla.

Come spesso succede alle feste del CAI, anche questa giornata si è conclusa con qualcuno che suonava la chitarra e qualcun altro che intonava canzoni, sia del repertorio locale, sia quelle più conosciute, per tirare in mezzo anche quei forestieri come me, che ogni tanto si rifugiano in questi angoli di mondo per evadere dal loro vivere quotidiano.

Quel giorno mi ha regalato un’ultima sorpresa. A pomeriggio inoltrato è arrivato un escursionista in sella ad una bellissima cavalla di cinque anni, con il manto color nocciola e una striscia bianca sul naso che sembrava dipinta a mano. Il suo passaggio è stato casuale, ma vista la festa in corso, ha deciso di fermarsi per fare una sosta in nostra compagnia. E ci ha raccontato la storia rocambolesca della sua compagna di viaggio a quattro zampe, del suo passato triste e di come è riuscito a salvarla portandola via con sé. E’ stata una delle storie più commoventi che io abbia mai sentito. Ma questo meriterebbe un altro articolo. Quindi mi fermo qui.

Chissà che la prossima festa di Valmalza mi riservi qualche altra sorpresa.

 

DA CASTELLACCIO 2010:

RIFUGIO VALMALZA

 Stefano “Red” Guglielmi

Il tardo pomeriggio del 31 luglio 2007, terminata la giornata lavorativa, in moto, lo zaino legato sulla sella dietro al posto del passeggero, mi stò dirigendo da Milano verso Brescia, compagni i colori ed gli odori del vespro estivo.

Dove la pianura lascia spazio ai primi rilievi e si delinea l’ingresso della val Trompia li è Gussago, destinazione la base di Piazzole.

La strada inizia a salire in morbidi tornanti, l’aria si fa più fresca e giungo al bivio che immette su una sterrata, nel bosco una radura, parcheggiati mezzi di ogni tipo.

Persone arrivano a piedi, altri in bicicletta o moto, automobili ovunque, utilitarie e sportive di lusso, è un flusso di gente che, chi in maglietta chi in giacca e cravatta, parcheggiato si incammina nel bosco zaino in spalla.

Tutte le età, maschi e femmine; faccio lo stesso.

Il sentiero attraversa un gradevole sottobosco e porta ad una vecchia casa in pietra, al silenzio quasi religioso del pellegrinaggio si sostituisce l’atmosfera della gioia, è una festa.

Dopo la veglia della sera ed il fuoco di bivacco, domattina 1 agosto 2007 alle ore 8 sarà l’Alba del Centenario.

Cento anni prima il 1 agosto 1907 alle ore 8 avveniva l’alzabandiera di apertura del primo campo Scout della storia, sull’isola britannica di Browsea.

“Guardate al lato bello delle cose e non al lato brutto. Ma il vero modo di essere felici è quello di procurare felicità agli altri. Procurate di lasciare questo mondo un po’ migliore di quanto lo avete trovato e quando suonerà la vostra ora di morire, potrete morire felici nella coscienza di non aver sprecato il vostro tempo, ma di aver – fatto del vostro meglio. Siate preparati così a vivere felici e a morire felici: mantenete la vostra promessa di esploratori, anche quando non sarete più ragazzi, e Dio vi aiuti in questo. Il vostro amico – Baden Powell”

All’Alba del Centenario tutti gli Scouts del mondo (40 milioni) e tutti coloro che nella loro vita hanno pronunciato la promessa Scout – semel scout semper scout – si ritroveranno per rinnovarla insieme.

In ogni paese della terra e ovunque ci sia un gruppo Scout, secondo il proprio fuso orario, alle 8 del mattino sarà l’Alba del Centenario.

Non esiste gruppo o associazione al mondo che unisca così tante persone a prescindere dal credo politico o religioso, dalla nazionalità o dal colore della pelle, nella comunione dei medesimi valori ed ideali.

Alla luce ed al calore dell’enorme fuoco, nel buio della sera, nell’atmosfera magica del bosco, tutti in cerchio, impossibile contarci, si canta, si balla, si ascoltano racconti, si recitano preghiere per quelli che non sono più con noi.

Che gioia, che ricordi, che emozione!

Si dorme in tenda o all'addiaccio o non si dorme nemmeno, arrivano le 8 del mattino, è l’ Alba :

Prometto sul mio onore di fare del mio meglio, per compiere il mio dovere verso Dio e verso il mio paese, per aiutare gli altri in ogni circostanza, per osservare la legge Scout

Un saluto a tutti gli Scout del mondo e…buona strada! E poi il ritorno in moto a Milano, in ufficio per riprendere la settimana lavorativa.

Caspita, cosa spinge così tante persone a mollare tutto e ad unirsi per condividere un momento straordinario? … è il senso di appartenenza, di appartenenza e di identità in un movimento che travalica il materiale ed il contingente per definirsi nei valori più alti della persona e dello spirito.

Già il senso di appartenenza, dopo più di dieci anni di scautismo, al termine dell’esperienza di Clan ho preso la partenza dal mio gruppo MI XIX proseguendo la strada intrapresa per le vie del mondo.

L’amore per la montagna, trasmessomi dai miei genitori, è iniziato sulle spalle di mio papà, proseguito nella Colonia estiva per ragazzi di Ponte di Legno – oggi residence – e via per valli, vette, cime e ghiacciai, oggi  non si è ancora affievolito, si è evoluto, trasformato, espanso in un modo di essere.

E’ del 1986 la decisione di iscrivermi alla Scuola Nazionale d’Alta Montagna Agostino Parravicini del CAI Milano.

Fondata nel 1936 in ricordo di un giovane alpinista lombardo caduto durante il primo tentativo di ascensione dello spigolo sud est al Torrione di Zocca in val Masino, la Scuola il prossimo anno festeggerà i suoi 75 anni di attività.

La Scuola, che ha nell’Alta montagna il suo punto vocazionale e di forza, si è sempre distinta per l’insegnamento ai giovani dell’etica e dell’estetica della lotta con l’Alpe conferendogli uno stile che connota chi ne ha fatto parte e non passa inosservato a chi apprezzi la cultura della montagna.

La Grigna, la Grignetta, il Resegone erano la severa palestra di allenamento e di esame, il Rifugio Carlo Porta ai Resinelli la seconda casa, le sere invece di riposare in vista delle ascensioni domenicali si pendeva letteralmente dalle labbra dei racconti di Riccardo Cassin o di Casimiro Ferrari, i Ragni della Grignetta – 60 anni sulle montagne del mondo e la loro blasonata Scuola nazionale di Alpinismo, una Scuola ed una filosofia del vivere la montagna.

Per le esercitazioni su ghiaccio in primavera ci recammo in Valmalenco per far base al rifugio Porro Gerli, posizionato al cospetto della parete nord ovest del Disgrazia con il ghiacciaio del Ventina, nostra meta, e il Pizzo Cassandra.

La sera, al Rifugio, un uomo piccolo di statura, coi baffi, intrigante ed affascinante nelle movenze e nell’aspetto, Guida Alpina, ci chiese della nostra Scuola, che ben conosceva, allievo, Lui, della Scuola Nazionale di Alpinismo Giusto Gervasutti del CAI di Torino, e, appresi i nostri programmi per l’indomani sul ghiaccio del Ventina disse : vi accompagno anch’io.

Era Giancarlo Grassi “Calimero” , l’uomo del giardino di cristallo, l’alpinista che ha rivoluzionato il cascatismo su ghiaccio, uno dei fondatori del movimento “Il Nuovo Mattino” di arrampicata su roccia, scrisse : “in fondo, una delle realtà essenziali dell’alpinismo è che non ha in se nessuno scopo utilitaristico. E’ come l’acqua di fonte che sgorga nei monti, dentro non vi è nulla, non ha colore, ma è quella la sua bellezza e la sua forza irresistibile … “.

Ne nacque un’esperienza indimenticabile, l’umiltà di un maestro che seppe essere grande anche nelle piccole cose, ne serbo ancora un commosso ricordo.

E’ proprio così l’amicizia, l’amore, la passione più autentici sono quelli disinteressati alla ricerca delle “affinità elettive”, quelle di Johan Wolfgang Goethe; siamo agli antipodi del bieco, malcelato, materiale interesse che ha invaso il mondo contemporaneo.

Quindi un movimento, una scuola, una tradizione che aggregano e creano il senso di appartenenza e di orgoglio, lontani dalle insipide aggregazioni di supporto sportivo ma presenti dove si fabbrica la cultura, qui stà la differenza.

Cultura dal latino colere – coltivare, quindi è un lavoro non un dono, un’attività incessante di esplorazione, ricerca ed approfondimento non alla ricerca delle cose ma del loro significato.

Club Alpino Italiano, statuto, articolo 1 : Costituzione e finalità – “il Club Alpino Italiano (C.A.I.), fondato in Torino nel 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale”.

Dal 1863, quasi 150 anni di storia.

Ha per scopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione ed è l’alpinismo disinteressato di incantevole bellezza e dalla forza irresistibile di Giancarlo Grassi.

Si propone la conoscenza e lo studio delle montagne per coglierne il significato scientifico ed antropologico e questa è cultura.

Si propone la difesa del loro ambiente naturale ed è il comportamento responsabile di coloro che hanno compreso il valore che stà dietro le cose.

CAI sezione Pezzo Ponte di Legno dal 1971, quasi 25 anni di storia, è la sezione di cui sono socio.

Al di la del motto: con gli altri CAI … certe cose non le fai, che, personalmente, ritengo non vada oltre la rima baciata, mi domando dove si celi il senso di appartenenza che dovrebbe  animare i suoi soci tutti.

Il mondo gira imperniato sul suo asse, i due poli ne identificano geograficamente le estremità e poiché ci troviamo nell’emisfero boreale decido di partire dal polo più vicino dirigendomi verso nord.

L’obiettivo è di partire dal perno del mondo per comprendere il movimento di tutti i suoi ingranaggi siano essi fisici o metafisici.

Prendo quota ed arrivo a S.Apollonia, proseguo poi il cammino e, lasciata alla mia destra la carrabile per il Passo Gavia, imbocco la Valle delle Messi.

Passata l’area pic-nic, che seppur poco invasiva è comunque un perimetro artificiale, l’atmosfera cambia completamente, nessun veicolo si vede o di ode, l’unico suono è il canto della natura, l’acqua scende dai ghiacci rimbalzando di sasso in sasso e gli arcobaleni salutano riflettendosi negli spruzzi nebulizzati mentre l’odore di resina delle conifere ed il profumo dei fiori allietano l’olfatto.

Il tepore del sole accarezza la pelle e la brezza leggera sussurra frasi gentili.

Proseguendo per questo agevole sentiero si può arrivare al Bivacco Linge, ma il bivacco è per definizione una costruzione non custodita destinata a fornire riparo a chi è di passaggio mancando quindi di un elemento fondamentale allo sviluppo della mia ricerca l’elemento umano, il gestore del rifugio.

Dal Regolamento generale dei rifugi del CAI si evince che il gestore è colui che conduce e presidia la casa degli alpinisti, con il seguente precetto : “sappia renderla ospitale ed accogliente, sia cordiale ed imparziale con tutti”, un esempio quindi di reciproco rispetto e di rispetto delle regole del democratico convivere sociale. (consiglio vivamente la lettura del libro : “Sulle regole” di Gherardo Colombo”)

Mi fermo quindi al Rifugio Valmalza.

Sono stanco di tutto questo mondo che invece di andare avanti torna indietro, sono stanco delle città industriali, dei luoghi comuni, di una certa politica, dell'ipocrisia borghese che rende complicate le cose semplici. Sono stanco di un alpinismo che ha in sé tutti i germi negativi della cultura occidentale: competizione, conquista, superamento costante, insoddisfazione, montagna vissuta come nemica da conquistare….” disse Carlo Mauri in un intervista, il “Bigio” l’esploratore del mondo e degli uomini.

Di Lui scrisse Fosco Maraini : “Mentre Bonatti bisognava vederlo in azione per apprezzarne le capacità, le quasi sovrumane determinazione e resistenza, Carlo s'imponeva alla mente dal primissimo colpo d'occhio, e sarebbe stato di spicco in qualsiasi folla”, Fosco ben conosceva i due alpinisti con i quali condivise una delle più belle ed indimenticabili spedizioni alpinistiche italiane della storia : Gasherbrum IV – 1958, Riccardo Cassin capo spedizione.

(consiglio vivamente la lettura del resoconto della spedizione nel libro : “Gasherbrum IV la splendida cima” di Fosco Maraini)

 Dalle considerazioni del Bigio, la prima impressione che ho del Rifugio Valmalza è che sicuramente se fosse stato qui lo avrebbe considerato una piacevole eccezione, un luogo dove vivere un alpinismo umano in compagnia di una cara amica: la montagna.

Qui, infatti, si respira un’atmosfera differente, quasi d’altri tempi, dove il rifugio ed il contesto alpino, il cammino di avvicinamento con la fatica ed il piacere della sosta non sono fini a se stessi ma sono lo strumento principe per arrivare alle persone e al loro essere, armonicamente immersi nella natura scevra dalla distrazione dell’artificiale.

La summa dei miei pensieri e delle mie considerazioni trova la sua confutazione nell’incontro con il Gestore del Rifugio Valmalza.

Accedo ad un locale molto gradevole ed accogliente: Ciao Daniela come va? dalla cucina una voce mi risponde ….guarda chi si vede! È Daniela Toloni.

Daniela ha concretizzato un Suo progetto nella sistemazione e nella conduzione di questo rifugio che oltre che imprenditoriale è di vita ed ha trasmesso nella realizzazione tutto il Suo essere persona sensibile ed attenta, volenterosa e capace in grado di trasmettere gioia e serenità.

Ritrovo nella filosofia guida della gestione del Rifugio Valmalza di Daniela la sollecitazione a lasciare un mondo migliore di come lo abbiamo trovato, alla professione di un senso di amicizia e passione disinteressati e lo stimolo a praticare un’alpinismo non contaminato dal germe consumistico.

Per coloro che avessero la curiosità di toccare con mano cosa significhi condividere applicandolo, nel pensiero e nell’azione, l’articolo 1 dello Statuto del CAI, una passeggiata al Rifugio Valmalza a trovare Daniela è una meta d’obbligo.

Provo durante questa sosta un senso di appartenenza e di identità in questo modo di intendere le cose, la montagna e la vita.

E’ importante frequentare un luogo dove si incontrino persone che non hanno necessità di identificarsi con un modello confezionato da altri, per fini che nella maggior parte dei casi nemmeno comprendono, ma desiderano solo essere se stesse fuori da ogni moda o passeggera tendenza, qualunque essa sia.

Riccardo Cassin ci diceva “la Grigna non è una cima, è un mondo”, io dico lo stesso del Rifugio Valmalza perché anche quello che si pensa di conoscere è ancora tutto da scoprire.

Se è vero che questo è un sogno, voglio sognare il piacere prima che in pianto si muti”, Calderon de la Barca.

 

   

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